top of page

Coltiva la curiosità

26 ago
Tempo di lettura: 4 min

Camminare lungo una strada percorsa mille volte — il tragitto verso scuola, il cortile di casa, il parco del quartiere — e accorgersi, per la prima volta, di un dettaglio che era sempre stato lì senza essere mai notato: una pianta spontanea che cresce in una fessura del marciapiede, il nido di un uccello tra i rami di un albero visto ogni giorno, la forma insolita di una nuvola. È un gesto minimo, che richiede pochi secondi, ma che allenato con regolarità costruisce esattamente l'abitudine mentale che questa carta propone: la curiosità non come un evento raro riservato a un viaggio o a una gita speciale, ma come uno sguardo quotidiano, applicato agli stessi luoghi di sempre.


La curiosità verso la natura, infatti, non è un tratto fisso con cui si nasce o non si nasce: è un atteggiamento che si può allenare, proprio come un muscolo, attraverso pratiche quotidiane semplici, esattamente come la gratitudine descritta in un'altra carta di questo mazzo. Fare una domanda in più prima di accontentarsi della prima risposta, fermarsi a osservare qualcosa che normalmente si ignorerebbe camminando, cercare attivamente cosa non si conosce ancora invece di limitarsi a nominare ciò che già si riconosce: sono tutti micro-esercizi che, ripetuti nel tempo, rafforzano un'abitudine mentale ben precisa.


Un modo semplice per praticare questo gesto ogni giorno, senza bisogno di un'uscita organizzata, è la regola del "dettaglio nuovo": durante un tragitto già familiare — casa-scuola, casa-parco, un corridoio con vista su un cortile — provare a notare consapevolmente almeno una cosa naturale mai vista prima in quel punto preciso, per quanto piccola: una crepa nell'asfalto colonizzata da un muschio, il modo in cui la luce del tardo pomeriggio cambia colore a un muro, un insetto mai incrociato prima su una foglia. Non serve fermarsi a lungo né interrompere il proprio percorso: basta rallentare lo sguardo per pochi secondi, in modo consapevole, invece di attraversare il tragitto con il pilota automatico con cui lo si percorre di solito.


Nel 2005 lo scrittore americano Richard Louv ha coniato un'espressione che da allora è entrata nel linguaggio comune dell'educazione ambientale, e che aiuta a capire perché questo esercizio sia più necessario oggi che in passato: "nature-deficit disorder", disturbo da deficit di natura. Non è una diagnosi medica ufficiale — lo stesso Louv ha sempre chiarito che si tratta di una metafora, non di una patologia clinica — ma un modo efficace per descrivere una tendenza reale: bambini e ragazzi che trascorrono sempre meno tempo all'aperto, sostituendo progressivamente l'esplorazione diretta della natura con schermi e ambienti chiusi, con possibili conseguenze su attenzione, creatività e benessere generale, secondo la ricerca che Louv cita nel suo libro Last Child in the Woods.


La curiosità, dal punto di vista della psicologia dello sviluppo, è strettamente legata al concetto di "meraviglia" (wonder): quello stato di sospensione e apertura che si prova di fronte a qualcosa di inaspettato o non ancora compreso del tutto. I bambini piccoli lo sperimentano quasi costantemente, spontaneamente, davanti a qualsiasi dettaglio del mondo — una formica che trasporta un peso enorme, una goccia di rugiada, il modo in cui il vento muove le foglie. Con la crescita, e soprattutto con l'abitudine a un ambiente sempre uguale e conosciuto, questa disponibilità alla meraviglia tende naturalmente a ridursi: non perché il mondo diventi meno interessante, ma perché smettiamo di prestargli davvero attenzione.


Rimettere la curiosità al centro, a scuola come in famiglia, significa spesso semplicemente rallentare abbastanza da lasciare spazio alle domande, invece di correre da una risposta all'altra. Un metodo semplice, ripreso da diversi approcci di educazione all'aperto (tra cui la pedagogia delle "scuole nel bosco" diffusesi anche in Italia a partire dal 2013, ispirate ai modelli del Nord Europa), è quello di dedicare regolarmente del tempo non strutturato in un ambiente naturale, senza un compito preciso da svolgere, lasciando che sia la curiosità spontanea dei ragazzi a guidare l'esplorazione, con l'adulto nel ruolo di accompagnatore più che di guida.


Un esercizio concreto e replicabile è quello del "diario delle domande": invece di annotare solo osservazioni o risposte, si annotano sistematicamente le domande che sorgono spontaneamente durante un'uscita in natura, senza la pretesa di rispondere subito a tutte. Rileggerle dopo qualche settimana, magari trovando insieme le risposte a quelle rimaste in sospeso, è un modo per rendere visibile — e quindi valorizzare — l'atteggiamento curioso stesso, non solo il suo risultato finale.


Vale la pena affrontare apertamente con i ragazzi anche il motivo per cui questo esercizio è diventato più difficile rispetto a qualche generazione fa: gli schermi, con il loro flusso continuo di stimoli brevi e già confezionati, offrono una forma di curiosità molto più immediata ma anche molto più passiva rispetto a quella richiesta dall'osservazione diretta della natura, che richiede pazienza per ottenere una "ricompensa" — la scoperta, la risposta — spesso non immediata. Non si tratta di demonizzare la tecnologia, ma di riconoscere che i due tipi di curiosità si allenano in modo diverso, e che riservare del tempo regolare alla curiosità "lenta" verso il mondo naturale è un equilibrio da costruire consapevolmente, non qualcosa che accade automaticamente.


Coltivare la curiosità verso la natura ha anche un valore che va oltre l'educazione ambientale in senso stretto: la ricerca in psicologia associa un atteggiamento curioso a una maggiore capacità di apprendimento, resilienza di fronte alle difficoltà e soddisfazione generale nella vita — un motivo in più per considerarla non un lusso opzionale, ma un'abitudine da allenare fin da piccoli.


  • Cercare su YouTube interviste e conferenze di Richard Louv sul tema "nature-deficit disorder" (disponibili sottotitolate) per un approfondimento accessibile anche a un pubblico non specialistico.

  • Children & Nature Network (fondata da Richard Louv): rete internazionale di organizzazioni ed educatori dedicati a riconnettere bambini e natura, con moltissime risorse pratiche gratuite online.

  • Associazioni di "scuole nel bosco" e outdoor education italiane, in crescita soprattutto in Lombardia, Trentino ed Emilia-Romagna: propongono attività e formazione per insegnanti su questo approccio.

  • WWF Italia — Panda Club: programmi educativi pensati specificamente per stimolare la curiosità naturalistica nei più giovani.





 
 
bottom of page